QUANDO IL DIRITTO E' DALLA PARTE DEL CLIENTE

QUANDO IL DIRITTO E' DALLA PARTE DEL CLIENTE

18/04/2016

Per la Cassazione il «contratto quadro» è nullo se non è firmato in modo chiaro da banca e cliente.

Più tutele per i piccoli investitori. Se la giustizia italiana ha tempi biblici, è anche vero che le indicazioni che emergono sono orientamenti cardine di cui d’ora in avanti bisognerà tenerne conto. Così è per alcune recenti sentenze della Suprema Corte di Cassazione. La n.5919 del 24 marzo scorso e la n.7068 dell’11.4.2016 confermano la necessità che il contratto quadro (cioè quello che si firma prima del contratto di negoziazione e/o di sottoscrizione di fondi comuni) deve essere firmato da cliente e banca. Nel primo caso, la Cassazione, respingendo il ricorso promosso di una banca verso una sentenza della Corte d’Appello di Milano, che aveva pronunziato la nullità di un investimento in Tango bond, stabilisce alcuni elementi chiave. Vale a dire, che il contratto quadro di intermediazione titoli dell’articolo 23 del Tuf è nullo se c’è solo la firma del cliente. La produzione in causa di questo contratto quadro da parte della banca che non lo ha sottoscritto, non consente il perfezionamento in via retroattiva.

Se manca la firma di una parte

La nullità per assenza della firma del cliente sul contratto, non può essere convalidata dalla documentazione della banca con cui viene data esecuzione al contratto come ad esempio le contabili, le conferme di eseguito. Nemmeno la clausola “Prendiamo atto che una copia del presente contratto ci viene rilasciata debitamente sottoscritta da soggetti abilitati a rappresentarvi” può essere una valida alternativa all’assenza di firma dell’intermediario e quindi non sana la nullità. «Questi inteventi sono di rilevante interesse - spiega l’avvocato Letizia Vescovini, esperta nella materia - .Nel pretendere l’antecedente formalizzazione del contratto quadro rispetto all’operazione di investimento contestata, si riconosce una funzione informativa del contratto quadro. La forma scritta funge da garanzia di un consenso pieno ed integrale delle parti al complessivo assetto contrattuale a tutela dell’interesse della parte debole e della stessa integrità dei mercati. Il il rispetto della forma appare ancora una volta dover necessariamente intervenire in via preventiva rispetto all’operazione della cui stabilità sia oggetto della controversia». Secondo l’esperta, il contratto di investimento, quale contratto aleatorio e come tale di risultato incerto, impone alla normativa vigente la funzione di proteggere il cliente «cui resta addossato il rischio dell’investimento – aggiunge Vescovini - dal rischio della negligenza e dell’infedeltà. Insomma, il contratto si perfeziona ed acquista valenza giuridica, se le dichiarazioni di volontà che lo creano sono state formalizzate con la firma da cliente e banca».

Se manca l’informazione

Con un’altra sentenza (n.5089 del 22 febbraio scorso) sempre la Cassazione ribadisce un altro principio molto importante: la banca ha il dovere, pena la nullità del contratto di investimento, di informare in modo adeguato il risparmiatore sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione affinché il risparmiatore possa investire consapevolmente. Lo impone l’art. 28 II comma regolamento intermediariConsob, che pone un divieto alla banca di procedere nell’operazione se non dopo aver “adeguatamente informato” il risparmiatore sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione affinché il risparmiatore stesso possa pervenire ad un fondato giudizio sull’investimento. «La Cassazione conferma - ricorda l’avvocato Carlo Carbone - l’indirizzo della Corte d’Appello di Torino secondo la quale mancava la prova che la banca avesse informato la famiglia dei risparmiatori sullo specifico e concreto profilo di inadeguatezza dell’operazione a causa dell’elevata rischiosità del titolo Cirio e che la banca stessa avrebbe potuto desumere dall’offering circular, ossia dal documento informativo depositato presso la Borsa Lussemburghese diretto agli investitori istituzionali ed non divulgato in Italia».

La Cassazione con questo suo intervento ribadisce che, il giudice, nei giudizi di risarcimento del danno proposto da un risparmiatore, deve accertare se sussista effettivamente la prova della diligenza della banca e dell’adempimento delle obbligazioni poste a suo carico.«In mancanza - aggiunge Carbone - la banca è tenuta al risarcimento dei danni causati al risparmiatore. La dicitura prestampata sul modulo ordine di acquisto è stata ritenuta insufficiente perché si limitava a dare atto dell’inadeguatezza dell’operazione senza indicare specificamente le ragioni dell’inadeguatezza». Se si pensa alle numerose cause che stanno arrivando nei Tribunali per la vendita dei titoli da parte delle quattro banche risolte le indicazioni sono fondamentali.


(Il Sole 24 Ore, Plus 24, sabato 16 aprile 2016)

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